La Bellezza

La Bella era una ragazzina dagli occhi verdi, la pelle bianchissima, due belle guance piene e un carattere per niente facile. Piangeva, strepitava davanti ai voti bassi, paventava ingiustizie e antipatie presunte. Figlia unica. Bella molto.

Al liceo crebbe: divenne intelligente, precisa, razionale e soprattutto sempre sorridente, buona con tutti, limò alla perfezione la sua agitazione. Divenne una brava e bella persona, amica impeccabile, generosa e sempre disponibile. Corteggiata ovviamente.

Gli studi universitari la proiettarono in un modo di lustrini, ma lei rimase genuina e sempre, sempre più bella. Dimagrì, soffrì per una storia finita male, dimagrì ancora, partì per Parigi, Londra, l’Europa. Tornò ancora più bella, più magra, luccicante.

Oggi la Bella è perfetta. Magrissima, forse troppo per quei trent’anni che le hanno prosciugato le guance lasciando qualche ruga che prima non c’era. Impeccabile nei capelli mesciati, incarnato, sorriso patinato. Vestiti splendidi, sempre adatti alle occasioni. Ha un marito affascinante, un lavoro ben remunerato, davanti una luminosa carriera. Una casa di proprietà nella zona più ambita della città, arredata sfogliando riviste e architetti. Circondata da amici belli come lei. Un account Instagram che permette a chiunque di assaporare il profumo di una vita sempre in villeggiatura per mete pregiate, hotel di lusso, cene pluristellate.  Foto meravigliose, mai un dettaglio fuori posto. Una modella è diventata Bella.

Me la ricordo ancora, con i suoi jeans un po’ troppo stretti, la maglietta corta, senza un filo di trucco, spontanea e arrabbiata. Dove sei finita Bella? Ti sei fatta divorare da questo modello così privo di sfumature? Leggi bei libri, posti belle canzoni, mai un’opinione sbagliata, un errore, una debolezza. Anche le incrinature sono ben sistemate, nel punto giusto, non stonano. Tu che eri così stonata quando provavi a cantare le canzoni di Ligabue.

Tu, sei davvero così felice, sempre in posa dietro l’obbiettivo di un cellulare? Quale obbiettivo hai raggiunto? Hai costruito una te stessa perfettamente in consonanza coi tempi, una Bella Modella all’ultimo grido, di classe. In quella classe io invece ti ricordo all’ultimo banco e mi stavi molto simpatica quando puntavi forte i piedi per terra e uscivi indignata sbattendo la porta, debole, fragile, autentica.

Ci sarà pure qualcosa di bello nelle persone imperfette? Chissà cosa ne pensi del vestito a balze della nuova ministra dell’Agricoltura, bracciante, lottatrice, in carne, con tutti i suoi anni sul viso. La difenderesti perché è sempre meglio essere buoni…ma vorresti essere lei? Tu che premi “mi piace” al post di un’amica in tiro sulla spiaggia che in epigrafe puntualizza “la bellezza non va mai in vacanza”. Scambiando la bellezza per un filtro sullo smartphone, il capello fluido, la magrezza scheletrica, l’ostentazione.

Mi chiedo cosa sia allora questa Bellezza, se guardandoti così perfetta non mi piaci più. Mi chiedo perché.

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il nome

Che nome ha il nostro viverci?

Acceso di gioia e speranza per anni

sconvolto dal dolore che mi hai curato

ora diventa persona e ci toglie parole.

Non sappiamo più scrivere, dire,

ci guardiamo crescere in un bambino

sconvolti isolati distratti.

E io non posso toccare i gatti.

 

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Mio padre da grande voleva fare il contadino

Oggi siamo andati a comprarti i fiori.

Lo facevamo insieme

per le tombe degli altri.

E invece siamo qui che

contiamo gli anni che non ci sei:

sono pochi ancora,

ma ogni giorno è una bugia.

Ti sento che mi chiami a volte

mi dici: andiamo? Ti dico: via!

Le tue giacche, le abbiamo tolte

ma ancora questa è casa tua.

Ci andiamo a guardare gli alberi tuoi

il tuo passo è rimasto tra gli ulivi:

chissà se tu questo lo vuoi

tra le cose che volevi

non mi hai insegnato a farne a meno

del tuo bicchiere accanto al mio

un po’ più pieno.

 

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Dominarsi

«Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d’erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano i nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro» (Lev Tolstoj, Resurrezione, traduzione di Emanuela Guercetti, Garzanti, Milano 2013, pp. 3-4).

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Addio ai monti

Non ho mai ben capito cosa spinge l’uomo a scrivere, un’esigenza remota di memoria, credo. La sua memoria, imprimere ricordi, pensieri destinati a svanire travolti dalla storia, da nuovi ricordi, da nuovi pensieri. Oppure lo sgomento.

Riflettevo giorni fa, la corriera delle 7:20 saliva su per i tornanti, il sole appena aveva iniziato a sciogliere la brina di dicembre sui prati, congelati in un’istantaneo azzurro.  Due studenti che parlano:

  • Dicono che c’è siopero oggi.
  • Siopero di che?
  • Boh!

Quella luce, solo sulle cime. Poi puntini illuminati davanti alle case. Tornante dopo tornante. La sacralità del silenzio. Sgomento. I monti stropicciati dal sonno, piano iniziavano a svegliarsi. Salivamo, con lentezza, compostezza, per fare meno rumore possibile, per non destare quel piccolo miracolo freddo che è la mattina sull’Appennino.

Me ne ricorderò tra qualche anno? Potrò lasciare traccia di quei pochi istanti nel futuro che viene? Quando mi risucchierà la vita cittadina, gli alunni della metropoli con i loro dannati problemi dell’oggi, la vivacità delle strade sporche di eroina all’alba, riusciranno a mantenere viva la memoria di questi risvegli? Così forzati, pesanti, eppure leggeri e in salita?

Sgomento quando attorno all’autobus che sale si aprono distese di nebbia e valli, dai colori in continua trasformazione, quadri mai dipinti, cieli appena sbirciati prima di tornare a sonnecchiare nel caldo di un sedile, interrotti da qualche spezzato “Buongiorno”!

Questa natura sommersa dai lamenti di noi, pendolari mai contenti, che dal su e giù quotidiano traiamo rughe, gastriti, lombosciatalgie, questa natura dico ci mancherà un giorno? Questo sfondo incorporeo segnerà il nostro avanzare nel tempo?

E’ già un addio. Ai monti. Ai volti non truccati, ai suoni del toscano, alle dicerie di paese, alle mattine gelide di una bellezza divina, come solo le altezze sanno essere.

Fissando gli stracci bianchi di vapore che galleggiano a valle, scendo dalla corriera, fermo l’autista, prendo la rincorsa, trattengo il fiato, guadagnando la lentezza dei battiti che invade ogni apnea, e mi getto a capofitto in quelle onde di nubi. Plano fino ad toccarle, mi hanno bagnato i vestiti, ho perso i libri che portavo con me, nuoto in un’acqua che non è di lago, se fosse di mare forse, ma è d’aria. Riprendo il fiato che mi chiedono i polmoni. E sono lì, già alla vasca 45, il signor Mario mi guarda, sto esagerando, come allenamento è un po’ estremo. Eppure vedo sul fondale lo scoglio di San Nicola, mio padre che in immersione mi fa cenno di staccare la retina, basta per oggi, abbiamo pescato abbastanza. Un banco di pescetti di maggio si avvicina al bottino, vorrebbero qualcosa anche per loro. Poi la boa rossa svanisce, un colpo di freno mi fa sobbalzare fino a tornare in superficie.

“Prof.! Dobbiamo scendere!”

Mi sveglio. “Prendi un caffè?” Mi chiede una collega.

No, grazie. Vado in classe.

 

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La terra di mezzo

Scorri velocemente lo sguardo verso le viti, arrossate da quest’autunno mite e noioso.

Tu, viaggiatore, puoi notare subito i colori di questa terra: il rosso delle foglie di vite, che sembrano vive più che morte, degradare da destra verso l’angolo sinistro della tua visuale. Poco più in fondo su un lato vedi l’argento degli ulivi, disposti come capita, senza l’intervento civilizzatore dell’uomo, neanche in grado di coprire la massa di qualche capannone industriale in disuso, con le sue inferriate nere, cattive, quel grigio stinto del calcestruzzo, la sua regolarissima forma di parallelepipedo sgraziato, disfatto dalla pioggia, dagli anni, dalla crisi economica, dalla cassa integrazione, dalle buonuscite non così buone, dai volti lividi di operai ancora giovani e già licenziati in una lingua che non è la loro, che non sa di dialetto.

In questa terra anche i paesaggi naturali sanno di morte. Lo capisci da questi accostamenti che neanche il peggior pittore del mondo avrebbe mai potuto accidentalmente trovare.

Tu, che cammini, silenzioso in questa immensa tomba, capisci che non puoi capire, perché sei di passaggio, non conosci il codice segreto di questi luoghi, il loro tramutare nelle stagioni. Una accozzaglia di colori caldi, che sanno di camino, sbalzati fuori dal verde marcio, quasi nero, simile al petrolio degli alberi in putrefazione. Le strade rotte, infangate e questo cielo. Lo vedi, vero? Di che colore è? Beffardo, lui. In lontananza si scorge il sole, un sole che qui disegna solo macchie scure sulle colline, ombre di nuvoloni primitivi, arcaici. Dannata è. Una terra che sputa pietre, che dà vino aspro, olio poco. Dannata lo vedi per il dolore che sprigiona: tu che passi intendi che qualcosa puzza, persino i morti sotterra non son sereni qui, nella loro agonia continuano ad ammonire i vivi di fuggire, andate via, qui non si può che soffrire e meglio di ogni dolore è la morte, fuggite o morite. Quanti si sono appesi a questi alberi, quanti ai lampadari delle case. Tanti ancora fecondano le strade del loro sangue e gli ospedali dei loro rigurgiti. Tumori, mali, ogni foglia, ogni onda ne prefigura il destino. Terra di malori.

Come puoi restare tu, viaggiatore, in questo niente che sta nel mezzo? Un niente che non ha la bellezza del sud, né l’efficienza del nord. Un limbo di stracci colorati male e conservati ancora peggio. E’ una terra di mezzo, questa. Ancestrale, mafiosa. E’ un ponte dei morti che ti ha condotto qui e ti legherà a breve se non avrai la scaltrezza di dileguarti prima ancora dell’alba di domani.

Abruzzo, anima d’aglio. Antibiotico fetido. Ti specchi ancora in acque pulite, inganno ai passanti. Grembiuli sporchi di maiale, basilico, gatti sverminati, estati sprecate.

Fuggi da qui, viaggiatore, non fermare il tuo corpo in questi luoghi, svia il tuo sguardo da questi fossi, vibrati in volo verso il mare, come i gabbiani cattivi che popolano le nostre spiagge.

Tutto qui è immobile dolore, avvampa i puri, contamina e uccide, piano, lentamente.

 

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Oculorum aliorum qui fingimus cogitatione hostiae sumus

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