La vita nel sonno

La casa è un po’ piccola, posizionata in uno strano palazzo giallo molto alto, dalle grate alle finestre e un ascensore piuttosto stretto, in quartiere che non esiste ma che saprei riconoscere in mezzo a mille. Ci sono stata diverse volte nel corso di questa vita ed ogni volta la posizione dei muri varia un po’ eppure rimane sempre la stessa casa con i soffitti bassi, all’occorrenza un secondo piano molto accogliente in cui è possibile notare un dondolo di vimini e molte cianfrusaglie impolverate disposte sugli scaffali. La maggior parte delle volte al secondo piano è possibile vedere mia nonna, oppure mio zio che deceduto mentre si appuntava le targhe delle auto che gli passavano davanti mentre aspettava che il semaforo rosso diventasse verde.

La disposizione dei muri, dicevo, spesso è anche su un solo piano, allora in questi casi da una camera si passa all’altra di modo che per arrivare in cucina devi passare prima in almeno tre stanze da letto e una taverna di servizio con un gran caminetto, una soluzione non proprio logisticamente azzeccata però nel labirintico succedersi delle porte mi sono sempre trovata a mio agio.  Spesso i muri sono gialli oppure si riducono comprimendo così tanto l’area calpestabile da divenire una brutta copia del mio monolocale con le finestre tutte sberciate che quando piove ci entra l’acqua da assomigliare più ad una cantina che ad una abitazione.

Per qualche notte nell’appartamento c’erano le mie vecchie coinquiline dell’università, erano proprio loro eppure erano diverse, più dolci e sicuramente più gentili tanto che stavano apparecchiando il tavolo per il mio matrimonio ed una di loro al telefono mi ha detto che era incinta. E’ frequente ci sia anche aria di perdono. Allora in quel caso mi sveglio contenta e quasi spero che non sia stato solo un sogno.

La scorsa dormita mi ha portato nella stanza più piccola della casa con il telefono in mano convinta di dover scrivere un messaggio a mio padre per dirgli che era tutto ok. Mi sono svegliata di soprassalto, afferrando il cellulare. Non ho trovato il suo numero in rubrica e mi sono ricordata che in effetti è morto da quasi tre anni.

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Madrisastro

Avevamo preparato i dolci, giornate intere a impastare, riempire, infornare, ricoprire di glassa. Ero già alla trentanovesima settimana di gravidanza eppure continuavamo a fare mille cose al giorno. Mio marito mi diceva che era bello, che io e lei stavamo facendo tante cose insieme dopo tanto tempo triste a pensare ai morti, a come doveva andare diversamente e a commiserare la sorte per come era stata impietosa.

Avevo ordinato, perché lei aveva avuto l’idea, circa 50 carrozzini in ferro battuto, bianchi, riempiti con sacchetti di velo bianco colmi di caramelle e confetti. In ogni negozio ci chiedevano se eravamo sorelle, si meravigliavano sentendo la mia età, sembravo più giovane a tutti, io che stavo per diventare madre ed ero ormai madre di mia madre da due anni, da quando il cuore di papà era volato con l’alito di fumo dell’ultima sua sigaretta.

Da allora mi vedevo in lei, gli altri mi vedevano in lei. Chiamandola le chiedevo se aveva mangiato, raggiungendola una volta a settimana a 800 km di distanza, avevo iniziato a trattare lei come lei aveva trattato me per anni. Arrabbiandomi tremendamente per la sua incapacità di prendersi cura dei figli perché troppo presa dal suo dolore, avevo chiesto a dio come regalo di compleanno la sua salute.

Poi la mia bronchite, le mie corse in ospedale. Non stai morendo: sei incinta, lo senti questo rumore? è il suo cuore. Non è una bimba, è un maschietto. Lei era stata felicissima e subito aveva iniziato a sferruzzare calze e coperte per poi sentirsi inopportuna nel momento in cui ce le aveva portate ma la nostra casa era piccola, gli spazi stretti, fare i dolci nella minuscola cucina un inferno. L’avevo assecondata, nonostante i dolori lancinanti alla schiena, per farla contenta avevo comprato piatti celesti e San Bitter che nessuno ha mai bevuto perché a Bologna nessuno beve analcolici. Un disastro insomma, io come madre futura che mi distruggevo per consolare la mia madre inconsolabile. Sbuffava per casa, mi sento di troppo diceva. E continuava anche lei i suoi disastri, mettendomi addosso un senso di colpa, ansia e impotenza. Se ci fosse stato tuo padre sarebbe stato diverso, beati i tuoi suoceri. Piangeva perché si sentiva a disagio mentre io iniziavo il mio travaglio inondata da ansie e insicurezze.

In ospedale voleva restare nella cappella ma non si poteva, al nord non le capiscono queste cose. Mentre mi accasciavo sulla sedia a rotelle del pronto soccorso le ho chiesto di tornare a casa con un taxi, non poteva stare da nessuna parte in ospedale e saperla in giro per le campagne di Bologna mi avrebbe creato ansie e paure nel momento meno adeguato. Immaginarla a casa mia da sola mentre io partorivo è una delle cattiverie che non mi perdonerò mai. Alle 7.30 era di nuovo in ospedale. Quando la dottoressa in sala di attesa ha chiesto chi è che aspettava la nascita di un bambino lei ha chiesto se per caso io ero morta.

Eppure vi giuro che la cosa che la distingue da tutte le madri del mondo è la risata.

Ogni vagito del bambino è un sussulto per lei, sta male? perché piange così? ha qualche problema questo bimbo. Tre pediatri diversi, il bimbo è sano, come un pesce. Vomita? Sta soffocando! I suoi pianti, le sue ansie hanno piano piano soffocato me. Un disastro lei, un disastro io incapace di trattenere il bimbo che tutti volevano toccare, baciare, nutrire al posto mio.

Ad oggi io ho fatto cadere mio figlio due volte dal letto, lei continua a chiedermi se ho sterilizzato bene i biberon, se ho preparato le sue pappe, se gli ho pulito il naso. Io continuo a chiederle se ha mangiato e cosa, che gli arachidi con il colesterolo alto che ha non sono il massimo, che se ha mal di schiena invece di stare a letto tutto il giorno sarebbe meglio se andasse da un medico. Sono noiosissima io come madre di mia madre. Non accetto che lei non ricordi le cose, non accetto che lei non sia più quella di prima. Continuiamo a ridere per come parliamo, perché non sa pronunciare Alchermes e perché io credevo che il frullatore si chiamasse MinipiLmer.

Ridiamo ma siamo disastrose.

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Il complotto

Avevamo avuto modo finalmente di accedere alle informazioni della banca dati criptata. Non avremmo mai voluto sapere quello che abbiamo scoperto. Era così evidente ciò che stava succedendo che nessuno aveva voluto vedere. Eravamo entrati con un account fittizio. Aveva funzionato. Il server ci aveva riconosciuto come ospiti. Le cartelle erano moltissime, i codici di identificazione davvero impossibili da ricondurre ad un paese o ad un altro. Ne avevamo aperto uno a caso. La schedatura completa di tutta la popolazione. Dati accuratissimi, dai gusti musicali, agli ultimi acquisti su Amazon, spese online erano fatte negli ultimi due anni, cambiamenti di domicilio e residenza, nascite, morti, eredità, tendenze politiche, uso di alcolici e stupefacenti, gusti sessuali. Tutto. Ogni nome apriva una lista infinite di sottocartelle catalogate in base alla provenienza dei dati.  Subito avevamo adocchiato l’ultima cartella in ordine di modifica: i dati legati al Virus, contatti, schede bancomat utilizzate dall’inizio dell’emergenza, spostamenti, tracciatura dei percorsi autostradali e ferroviari. Una carta con tutti gli spostamenti compiuti, una carta per ogni spostamento, con data e orario. Tutto. Il terrore era stato immenso perché in quel momento capimmo che anche l’accesso a quei dati era indubbiamente tracciato. Ci avevano permesso di entrarci, non c’era dubbio. E doveva esserci un motivo.

Qualcuno voleva che noi sapessimo, qualcuno che forse stava già venendo a prenderci. Era chiaro, tutto un complotto. Altro che alieni o terrapiattismo. Tutto era iniziato con la privazione di semplici libertà, fino alla segregazione involontaria, fino alla tracciatura. I media avevano svolto il ruolo pregevole di convincerci a rinunciare alla libertà in nome di un bene comune. E ora? Davanti a quello schermo avevamo firmato la nostra condanna definitiva. Non mancò il tempo, quello era stato la crudeltà più sottile. Due settimane, per farci cuocere a puntino, per appuntire le loro lance e affilare il nostro terrore. Dopo due giorni avevamo già iniziato a litigare ferocemente ed era stato scoperto un compagno che stava pensando di consegnarci tutti, confessare in cambio della vita. Due settimane tra le più lunghe della mia vita, il tempo si era dilatato immensamente come l’universo. Noi piccoli pianeti persi nella nebbia del nostro fumo, almeno quello ce n’era. Un amico mi riforniva personalmente di sigarette e alcol. Se così non fosse stato forse almeno una delle donne so per certo che si sarebbe suicidata. Lei per conto suo aveva chiesto espressamente qualche pallina di oppio. Ero riuscito a trovare qualcosa e si era rassegnata. Di cibo ne avevamo poco, invece. Uno dei compagni più vecchi aveva iniziato a cuocere le piante ornamentali che ancora sopravvivevano negli androni del condominio.

Poi un giorno arrivarono.

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Le parole che non sono

In questi giorni abbiamo tanto tempo a disposizione così ho deciso di rivoltare ogni angolo della casa alla ricerca di alcuni oggetti che non trovo da qualche anno. La casa dove stiamo trascorrendo la quarantena è quella della mia infanzia, sconfinata, illuminata dal sole in ogni ora della giornata. Spazi ampi e chiari, allagati dalla calma e dai ricordi. In compenso la conosco molto bene. Ho iniziato con metodo a rovistare in ogni stanza, negli armadi, nei cassetti, nelle credenze, nel solaio, tra le lenzuola del mio corredo, tra le posate del matrimonio. Ho sbattuto qualche vecchio tappeto e rovesciato il mio cesto dei giochi. Ho spolverato le conchiglie che dalla spiaggia in estate ho condotto qui, come anche le pietre, quelle che poi ho dipinto. Niente da fare. Non le ho trovate. Non c’è stato verso. Eppure ogni cuscino che spostavo ecco che mi sembrava già di vederle lì, ne vedevo la forma e il colore.

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Tranquillo tranquillo s’è morto

Sono andata a fare la spesa oggi. Andiamo a turno ogni 4 giorni circa. Il bimbo sta iniziando lo svezzamento nel peggiore momento della storia d’Italia.

Sono arrivata ed ho preso il numero. Erano tutti lì ad aspettare il proprio momento, in silenzio. Non si sentiva che qualche uccellino in sottofondo, i corvi in lontananza e, caso strano, i gabbiani sopra di noi, zitti anche loro, planavano.

Mi sono guardata intorno e non mi sono riconosciuta in nessun essere. Non ce n’erano più, ero circondata da alieni che indossavano strane maschere, tutte diverse tra loro, qualcuno aveva il volto completamente coperto da una sciarpa. La loro lingua, di quegli esseri della stessa mia specie, non era più la mia lingua. Ci siamo guardati con sospetto. Una signora mi è passata accanto con il carrello, sbadatamente, per andare a prendere il numero. Ho provato sprezzo verso di lei che mi passava così vicino, poi un attimo dopo mi sono fatta una gran pena da sola.

Dicevano che fosse molto più preoccupante il riscaldamento globale. Senza dubbio, ma quelle bare su 70 camionette dell’esercito, ogni giorno, alla mattina presto, dirette verso i forni, quelle bare a me sanno di inumano. Proprio come il signore accanto che mi guarda con odio perché io, al contrario di quasi tutti gli avventori del supermercato, non ho indosso una mascherina. No, non la porto, non ne ho trovate in farmacia nemmeno per mia madre reduce da un pesante intervento, non ne ho elemosinate in giro, non ne ho fabbricate in casa e poi quelle mascherine a me tolgono il fiato.

Entro quando è il mio turno. Chiedo ad una commessa se sa per caso in quale reparto è possibile trovare qualche coscienza, se ne sono avanzate o se sono andate tutte a ruba. Non mi risponde, non capisce la mia lingua. Mi aggiro ancora per gli scaffali semi vuoti, incontro qualche conoscente che da lontano mi intima di non avvicinarmi. Proseguo per la ricerca della speranza, ma niente, nel banco frigo solo prodotti a lunga conservazione.

Arrivo alla cassa, penso alla spagnola. Una signora sull’autobus tempo mi fa mi raccontava che quando era piccola lei tutti avevano avuto qualcuno che era morto di spagnola. Mia madre invece ieri mi parlava del colera, ma per quella si erano vaccinati tutti ed era finita lì. Mi chiedono se ho tessera fedeltà, certo. Due centesimi? Ci guardo. Li trovo, una monetina di rame, quasi nera per la sporcizia.

Eccoci, noi così inumani su quella monetina tonda come la terra, persi nella nostra storia che navighiamo nella merda. Quasi la vorrei tenere con me, la monetina, un po’ come ho fatto con la maglietta che indossavo al funerale di mio padre. Poi niente, glie la porgo. Esco fuori e c’è il cielo.

Torno a casa e gli occhi mio figlio si aggrappano a me un’ancora. Non sa lui che stiamo affondando. Che un signore di nome Tranquillo era così tranquillo che un giorno è morto.

 

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Rossi sulla via Emilia

Sono tempi di attesa lunghi. A volte con il sole passano velocemente e nemmeno te ne accorgi. Altre invece si sta lì con i brividi addosso, si cammina un po’ avanti e indietro senza allontanarsi troppo dalle strisce. Capita anche che appena si varchi il marciapiede, lui scatta, il rosso. E allora lì è davvero lunga, interminabile.

I semafori sulla via Emilia sono sempre rossi. Chi va a piedi, e ha scelto la lentezza del passo, deve adattarsi ai tempi scattanti delle quattro ruote. Deve aspettare, quasi come se attraversare la strada, in una strada del genere, fosse una filosofia orientale, uno yoga molto europeo. Tempi per svuotare il cervello, per annullare i pensieri, imparare a respirare con il diaframma che fa sempre molto bene, soprattutto in mezzo allo smog cittadino.

Il meccanismo poi vuole che più la via Emilia si allontani dal suo centro e maggiormente si dilatino le attese, con il risultato di filosofi in erba ad ogni angolo delle strade. Signore ben vestite e malfattori che condividono quei pochi centimetri davanti alle luci rosse.

Le reazioni sono diverse, c’è chi si getta a capofitto appena una macchina pare più lontana: il cosiddetto tuffo del pedone. Se ne vedono eccome, da Levante a Ponente. Un attimo e sei vincitore, sul podio, oppure si riverberano alle tue spalle improperi irripetibili di automobilisti ligi al codice della strada. Altri ci rinunciano, e vanno avanti, decidono di attraversare più avanti, o più indietro. Non è raro vedere anche qualcuno tornare direttamente a casa, gettare la spugna nella speranza che domani possa andare meglio.

E’ attraversare quella strada il punto. Una scommessa di vita. Puoi scegliere di fermarti per sempre o provare ad andare avanti, con un costante rosso dinanzi a te.

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La notte ha sempre avuto nei miei ricordi un’odore di erba. Quando vivevo da sola nel mio monolocale l’ho assaporata molto bene questa fragranza, affacciata su un cortile interno della zona universitaria di Bologna, un cortile che era quasi solo mio, la scrutavo dallo stipite della porta finestra al piano terra. L’odore era quello di verde, molto spesso un verde brillante della muffa che cresceva rigogliosa in quel fazzoletto di cemento recintato di alti muri di mattoni. Il suo odore poi è cambiato, come lo sono io. La felicità, ad esempio, mi faceva solo sentirne il silenzio. Il dolore immenso invece mi portava a percepire quanto fosse rumorosa, la notte.

Da madre da tre mesi la vivo con la feroce intensità del sonno lasciato nel letto per alzarsi ed allattare un bimbo quasi sempre piangente all’inizio, poi sorridente, infine addormentato. E prima di potermi rituffare nel mio letto aspetto sempre un po’ che il bimbo abbia digerito, o per lo meno abbia mandato giù il latte, per evitare di risvegliarmi in un mare di latte. E’ questo il momento peggiore delle poppate. Un sonno pesantissimo che ti preme sulle ossa, sulle gambe, e tu che sei lì che giri per casa schiacciata dal ticchettio che non passa. Almeno dieci minuti, mi disse l’ostetrica prima delle dimissioni dall’ospedale. Dieci minuti lunghissimi trascorsi a fissare l’orologio analogico della cucina con figlio addormentato in braccio, del tutto abbondato sulla tua spalla, mentre tu cerchi di camminare per non addormentarti in piedi.

Poi nulla, nessuno mi crederà, ne sono certa. Ma ieri è successa una strana cosa. Guardavo l’orologio della cucina, erano le due e ventitré minuti, sveglia dalle due, allattato per venti minuti, in procinto di attenderne altri dieci prima di potermi tuffare di nuovo nel mio letto caldo. Aspettavo che scattasse il minuto successivo, a volte nell’attesa conto i secondi, ma vado sempre troppo veloce rispetto al tempo. D’un tratto l’orologio fa scattare il minuto trascorso, segna le due e ventidue minuti. Li per lì, assonnata, neanche ci faccio caso. La mia mente pensa bene mancano solo otto minuti. Invece poi no, cazzo, otto minuti mancavano due minuti fa, ora dovrebbero mancarne sei. Così il tempo continuava a scorrere ed ecco le due e ventuno minuti. Faccio per sedermi. Sveglia ci ero. Non era un sogno. L’orologio forse si era rotto. Senz’altro un guasto. Le due e venti minuti. Ok, vado a letto lo stesso. Metto il bimbo nella culla e sogni d’oro. Crollo anche io tra le lenzuola.

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Liberi tutti

Questi spazi non sono più quelli di prima.

La luce del sole è cambiata, persino la panchina davanti alla biblioteca Ginzburg ha una consistenza diversa.

Che non sapevo annoiarmi e mi piaceva avere sempre qualcosa da fare. E’ cambiato tutto, giornate di niente dentro casa, stare e basta.

Niente più cinema, solo lunghe passeggiate nella città. Ogni tre passi una vecchietta: che bel bambino, che meraviglia, ci vuole coraggio a fare figli oggi. Ogni volta a queste parole mi si riapre il varco dei punti, e sento ancora la placenta che pesa dentro.

Siamo ostaggi, della carne. Della vita piena o troppo vuota.

Vivere da genitore è una forma di libertà.

Meglio di qualunque quadro o di qualunque verso.

Lasciare/lanciare un ribelle nel mondo. Libero.

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La Bellezza

La Bella era una ragazzina dagli occhi verdi, la pelle bianchissima, due belle guance piene e un carattere per niente facile. Piangeva, strepitava davanti ai voti bassi, paventava ingiustizie e antipatie presunte. Figlia unica. Bella molto.

Al liceo crebbe: divenne intelligente, precisa, razionale e soprattutto sempre sorridente, buona con tutti, limò alla perfezione la sua agitazione. Divenne una brava e bella persona, amica impeccabile, generosa e sempre disponibile. Corteggiata ovviamente.

Gli studi universitari la proiettarono in un modo di lustrini, ma lei rimase genuina e sempre, sempre più bella. Dimagrì, soffrì per una storia finita male, dimagrì ancora, partì per Parigi, Londra, l’Europa. Tornò ancora più bella, più magra, luccicante.

Oggi la Bella è perfetta. Magrissima, forse troppo per quei trent’anni che le hanno prosciugato le guance lasciando qualche ruga che prima non c’era. Impeccabile nei capelli mesciati, incarnato, sorriso patinato. Vestiti splendidi, sempre adatti alle occasioni. Ha un marito affascinante, un lavoro ben remunerato, davanti una luminosa carriera. Una casa di proprietà nella zona più ambita della città, arredata sfogliando riviste e architetti. Circondata da amici belli come lei. Un account Instagram che permette a chiunque di assaporare il profumo di una vita sempre in villeggiatura per mete pregiate, hotel di lusso, cene pluristellate.  Foto meravigliose, mai un dettaglio fuori posto. Una modella è diventata Bella.

Me la ricordo ancora, con i suoi jeans un po’ troppo stretti, la maglietta corta, senza un filo di trucco, spontanea e arrabbiata. Dove sei finita Bella? Ti sei fatta divorare da questo modello così privo di sfumature? Leggi bei libri, posti belle canzoni, mai un’opinione sbagliata, un errore, una debolezza. Anche le incrinature sono ben sistemate, nel punto giusto, non stonano. Tu che eri così stonata quando provavi a cantare le canzoni di Ligabue.

Tu, sei davvero così felice, sempre in posa dietro l’obbiettivo di un cellulare? Quale obbiettivo hai raggiunto? Hai costruito una te stessa perfettamente in consonanza coi tempi, una Bella Modella all’ultimo grido, di classe. In quella classe io invece ti ricordo all’ultimo banco e mi stavi molto simpatica quando puntavi forte i piedi per terra e uscivi indignata sbattendo la porta, debole, fragile, autentica.

Ci sarà pure qualcosa di bello nelle persone imperfette? Chissà cosa ne pensi del vestito a balze della nuova ministra dell’Agricoltura, bracciante, lottatrice, in carne, con tutti i suoi anni sul viso. La difenderesti perché è sempre meglio essere buoni…ma vorresti essere lei? Tu che premi “mi piace” al post di un’amica in tiro sulla spiaggia che in epigrafe puntualizza “la bellezza non va mai in vacanza”. Scambiando la bellezza per un filtro sullo smartphone, il capello fluido, la magrezza scheletrica, l’ostentazione.

Mi chiedo cosa sia allora questa Bellezza, se guardandoti così perfetta non mi piaci più. Mi chiedo perché.

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il nome

Che nome ha il nostro viverci?

Acceso di gioia e speranza per anni

sconvolto dal dolore che mi hai curato

ora diventa persona e ci toglie parole.

Non sappiamo più scrivere, dire,

ci guardiamo crescere in un bambino

sconvolti isolati distratti.

E io non posso toccare i gatti.

 

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